Guardare, poi fotografare. Forse questo è il riassunto estremo di cosa vorrei passare ad un giovane fotografo. La lentezza ha un suo ritmo ed è tutt’altro che noiosa, d’altro canto un secondo in fotografia è considerato un tempo molto lungo. Quindi il tempo di guardare è un tempo integrante del fotografare, se no si tratterebbe solo di un fatto muscolare. Ma le foto non si fanno con l’indice, cosi come non si fanno con buone macchine.

Le fotografie si fanno con gli occhi che accorgono un pezzo di reale e ne riconosco il messaggio. Che sia bellezza o ricordo o provocazione o denuncia. Le foto non si accumulano, si scelgono e meno sono, più valgono.
Guardare attraverso ad un mirino, o ad uno schermo aiuta a circoscrivere la realtà e così poterla guardare più a fondo. Quando ho iniziato a fotografare l’ho fatto con mio padre. Le prime volte che uscivamo insieme per qualche servizio io insistevo che lui mi spiegasse il rapporto fra diaframma e tempi, così come gli ISO e la profondità di campo. Lui ostinatamente mi metteva la macchina sulla A di automatico e mi diceva ” Prima impara a guardare“. Non che lui fosse un fotografo superficiale, anzi, è stato senza dubbio uno dei fotografi più talentuosi e competenti che ho incontrato sulla mia strada, con uno straordinario bagaglio tecnico ed un occhio profondo. Ma aveva ragione lui. La tecnica la si impara, la si deve imparare, ma è affare tutto sommato da poco.

Ben altra cosa è saper guardare, riconoscere un segno nella banalità del quotidiano, una simmetria nella confusione degli oggetti, una corrispondenza nelle forme che si muovono. All’inizio ci vuole lentezza e pazienza. Poi il processo si fa sempre più veloce. Un po’ come guidare: all’inizio uno pensa “Adesso schiaccio la frizione, poi inserisco la marcia, lascio andare lentamente con un piede e accelero con l’altro…” poi questo processo diventa automatico, non è che uno non lo faccia più, è che è diventato più veloce. Questo è il senso di imparare a fotografare.

Tra pochi giorni ci sarà questo meraviglio workshop di FOOD-PHOTOGRAPHY al Gambero Rosso di Torino, un’intera giornata dedicata alla fotografia di cibo che è diventata una vera e propria piaga sociale.
Il cibo non è mai solo cibo. Spesso è storia, memoria, incontro, fatica, solitudine o condivisione. Un mondo di cose che valgono la pena di essere guardate prima, poi fotografate. Vale la pena di prendersi il tempo di imparare a guardare il cibo ed imparare a fotografarlo in modo che ci riporti la storia che ha dentro.
Tutti fotografano quello che mangiano. Non so perché lo fanno, forse per condividere con il mondo l’apporto calorico, forse per fare invidia, forse per mandare documentazione al proprio medico…non saprei dire. Ma una foto richiede pensiero, cura, oltre che una qualche perizia e buona luce. La giornata del 18 dicembre sarà una giornata ricchissima di spunti. Dalle impostazioni di ripresa, alla creazione del set, la scelta delle luci, la post produzione. Un programma fitto fitto e completo dove, ciliegina sulla torta, invece di fare il lunch break con un triste tramezzino, mangeremo un un piatto dello chef Ivan Milani che, in quanto mio marito, si è offerto volontario (…ehm…) di cucinarci un piatto. Se vi interessa, affrettatevi…
Mi interessa

