Vent’anni fa, oggi, decidevo di diventare buddista. Praticavo da poco più di un anno e presi questa decisione con la leggerezza e la profondità che hanno gli slanci del cuore degli uomini. A posteriori posso dire che ho fatto bene, allora dissi sì, dissi per sempre con cuore sincero ma senza sapere bene di cosa parlavo; e forse questo è l’unico modo in cui noi umani possiamo dire “per sempre”, lanciandoci con le braccia aperte nel blu per provare finalmente a volare.



Il 3 maggio 1998 era una luminosa domenica con il cielo azzurro e l’aria che comincia a farsi tiepida come fosse quasi estate, uno di quei giorni in cui a Torino si vedono le montagne, a guardare giù dai viali alberati dritti dritti fino all’orizzonte. Ho preso la mia macchina e sono andata sola al Kaikan, il Centro Culturale Buddista che allora stava in un quartiere periferico. Un piccolo edificio che poteva essere stato prima il garage di un meccanico, senza fronzoli, con gli infissi un po’ scrostati e le piastrelle rettangolari rosso scuro. Un posto modesto ma pieno di speranze e sogni e preghiere e avventure e poesie e sorrisi. Lì ho incontrato i più impavidi rivoluzionari di sempre, gente comune che trasforma l’impossibile in possibile, donne e uomini che cercano e cambiano con coraggio quotidiano.
La sala era piccola e gremita, gli uni vicino agli altri, stretti in un daimoku ritmico, profondo e potente. Uno a uno siamo andati a prendere la nostra pergamena, quel Gohonzon eterno e prezioso che da anni rispecchia la mia parte migliore, la lucida, e mi aiuta trasformare ogni veleno della mia vita, in medicina che la cura, ogni piccolo stupido desiderio, in un cammino di miglioramento ed ogni sofferenza nella mia missione.
Non ho mai incontrato nulla di così potente e prezioso.



Sono passati vent’anni, che sono già un pezzo di storia e ci hanno messo un soffio. Eppure era un’altro mondo. C’era la Lira (oddio, la lira!) e nessuno raccontava la propria vita in diretta su Facebook, né tantomeno scattava fotografie con l’utensile primordiale che chiamavamo telefono.
Così non ho fotografie ricordo di quel giorno, ma solo ricordi veri, quelli intimi in cui le immagini sfumano nei suoni e le parole, i volti, gli abbracci e gli odori si mischiano. Ricordo l’odore del vino ad esempio, c’era un gran odore di vino rosso per le scale di casa mia, una casa di ringhiera del centro di Torino che negli anni sarebbe diventata una casa preziosa, su una via elegante e con il passeggio pedonale, ma allora era una casa bruttarella, un quarto piano senza ascensore, con le finestre che davano sui tetti che sembrava di essere a Parigi. Bene, pochi minuti prima dell’ora stabilita per la cerimonia di apertura del Gohonzon a casa mia, la cassa del vino che portavo su per le scale mi scivolò di mano e 12 bottiglie di meraviglioso barbera iniziarono a scivolare verso il basso in un misto di vetri e liquido. Ecco, ricordo quell’odore.
Ricordo anche mia nonna, seduta in fondo alla sala che diceva il rosario e chiedeva “Ma voialtri ce l’avete la Madonna?” Ricordo il mio vestito corto di maglia nera e le mie gambe belle di trentenne, ricordo tuffo al cuore quando ho visto il primo carattere nero apparire in alto, nella pergamena che si srotolava. Ricordo l’emozione di guidare la preghiera di Gonghio per la prima volta, con il libretto che mi tremava così forte tra le mani da perdere il filo e le voci forti dei miei amici, dietro di me che sostenevano la mia prima cerimonia. Da allora ho ripetuto quella stessa preghiera mattina e sera, tutti i giorni o quasi. Sono abbondantemente più di 14.000 Gonghio, mamma mia.
Mattina dopo mattina, sera dopo sera, ovunque, sempre. Niente è stato mai cosi costante nella mia vita, a parte il respirare e fare colazione.
Nel bene e nel male il Buddismo è stato ed è la mia scuola di vita, le istruzioni dell’ikea per il montaggio delle mie giornate, il codice di traduzione degli eventi quotidiani e l’assicurazione sulle sventure estemporanee. Nel bene e nel male il Buddismo ha fatto di me quella che sono, mi ha insegnato a guardare dentro agli esseri umani, mi ha insegnato ad aprire, a resistere, a credere, a immaginare, a incoraggiare e soprattutto mi ha insegnato a sognare in grande. Più in grande. E poi più in grande ancora, come il mio maestro Ikeda.
“Un mondo pacifico può esistere solo se le persone sono felici. lo scopo del buddismo è stabilire una vita di assoluta felicità e uno stato interiore di gioia e fiducia che non potrà mai essere distrutto”
Ecco, ho da fare per i prossimi vent’anni.

